L'estetica del rumore di fondo e l'AI come MIDI glorificato
Oggi l'intelligenza artificiale inonda il mercato di milioni di brani al giorno, facendoci gridare alla fine della creatività. In realtà, stiamo solo automatizzando a livello industriale la produzione di quel rumore di fondo che foraggia i palinsesti da sempre. È il nuovo MIDI di questa era.
Ho un armadio in garage pieno zeppo di vinili degli anni '80. Dischi dance che all'epoca sembravano immortali. Se non li passavi in radio, eri un coglione. Ogni tanto provo a riascoltarli e mi chiedo: ma che cazzo stavamo ascoltando? Di quella montagna di roba si salveranno forse cento pezzi in tutto. Il resto è roba morta, sepolta sotto decenni di tempo, destinata a finire dritta nel tritarifiuti quando finalmente mi deciderò a fare spazio.
Nel 2026 viviamo esattamente la stessa situazione, ma su scala globale. Spotify vomita milioni di brani al giorno generati da piattaforme come Suno. Nessuno produce per creare qualcosa di memorabile. Si produce merda sperando che nessuno se ne accorga, unicamente per tenere il bancone sempre pieno. Le regole di mercato sono elementari: il padrone della piattaforma vuole lo scaffale strapieno per poter strozzare i fornitori. "Abbassa il prezzo. Ancora meno. Altrimenti vai a lavare i piatti." L'intelligenza artificiale non fa altro che assecondare questa dinamica.
L'altro giorno mi capita una cosa rivelatrice. Un cliente mi chiede un jingle per una radio locale. È un formato che non tocco da un anno e mezzo: mercato crollato, budget ridicoli. Il cliente ha fretta e mi impone un testo letteralmente inmodificabile. Invece di sbattermi a richiamare vecchi contatti o fare salti mortali, ho aperto un software di intelligenza artificiale e gliel'ho fatto generare.
Ho tirato fuori un brano che mima alla perfezione l'estetica della hit da classifica commerciale. L'ho fatto sentire a un collega musicista e me l'ha distrutto: "Suona male qua, si capisce che è finto là". Cazzate tecniche. Per il contesto di provincia e per quel cliente, il risultato era centrato e funzionava perfettamente. Sembrava un pezzo da hit parade.
Tutta questa paura per l'algoritmo che distrugge l'arte nasce da una ridicola idealizzazione del nostro passato artigianale. La verità è che il rumore di fondo c'è sempre stato. Anni fa, in pieno fulgore analogico, sono arrivato in finale in un concorso pubblicitario prestigiosissimo aggirando il sistema. Avevo scaricato un file MIDI banale di Only You, l'avevo aperto con Cool Edit, cambiato quattro suoni, stravolto un paio di accordi e ci avevo fatto cantare sopra il testo dello spot a un mio amico tenore. Un lavoro di bassa manovalanza, privo di originalità, ma con una voce splendida e un testo geniale ma popolare, e avevo superato le mega-produzioni e la gente in sala applaudiva. Siamo stati fatti fuori solo quando le grandi agenzie si sono fatte valere col loro potere con i giudici, pretendendo che a vincere fosse uno dei loro spot. Il concorso, l'anno dopo non ha riaperto i battenti e l'organizzazione ha fatto sapere che la natura dello stesso era stata violata dalla violenza commerciale e siccome uccideva il loro scopo, premiare la creatività e l'originalità del momento, non avrebbero proseguito. Ne sono nati altri, più accondiscendenti, perché il bancone deve sempre essere ingombro di merce. Non c'è da scandalizzarsi ma solo da prenderne atto.
Oggi potrei far fare esattamente la stessa cosa con una macchina. La creatività l'ho messa io, la manovalanza sporca l'ho delegata. L'intelligenza artificiale per questi jingle non sta uccidendo i capolavori, sta semplicemente automatizzando il lavoro ripetitivo e mediocre che i professionisti facevano già a mano. L'industria culturale ha sempre tollerato tonnellate di spazzatura pur di riempire i palinsesti. L'AI è solo il file MIDI di questa nuova epoca.
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Riflessioni su jingle, memoria e il rumore dell'intelligenza artificiale: AI e spazzatura digitale - cosa resterà degli anni 80

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