Due cowboy con il Maxibon nella fondina e la lotteria dei casting
Un provino per un gelato ambientato nel vecchio West, la trappola dei portali dove si scommette a fondo perduto e il valore di chi ti ascolta prima di chiamarti. Perché in un mestiere ossessionato dalla seriosità a volte l'unica scelta sana è farsi una risata.
In teoria questo provino non dovrei nemmeno farlo vedere. È un dietro le quinte registrato per gli abbonati al canale e condiviso adesso che il tempo è passato, l'occasione è andata e il video può diventare pubblico senza creare intralci a nessuno.
La richiesta era per uno spot del Maxibon. Una situazione un po' particolare, perché a me è arrivata come richiesta diretta: sono andati ad ascoltarsi i miei demo e mi hanno chiesto di fare una prova.
Io ai casting aperti di queste piattaforme online non partecipo praticamente mai. E non lo faccio perché voglio tirarmela o perché mi senta chissà chi. Il motivo è molto più banale: quando partecipi a un casting aperto, stai giocando a una lotteria. È una scommessa a fondo perduto. Ci metti del tempo, ci investi un minimo di aspettativa, prepari il take, lo spedisci nel vuoto e dall'altra parte non si prendono nemmeno la briga di mandarti due righe per dirti che hanno scelto qualcun altro — che poi è la formula cortese per dirti che la tua voce non gli è piaciuta.
Questa volta però la faccenda era diversa. Qualcuno ha aperto la pagina, si è ascoltato i campioni audio caricati sul profilo e ha deciso di fare una richiesta a me.
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La macchina contro la scelta
C'è una differenza enorme tra un casting generico e una richiesta mirata, ed è una differenza che nei portali per speaker ormai si è quasi persa.
Nel novanta per cento dei casi, il meccanismo è governato da un algoritmo: il cliente inserisce una richiesta generica, seleziona i filtri — voce maschile, adulta, italiana — e la macchina spara un'email a pioggia a centinaia di iscritti. Ti arriva la notifica con il classico messaggio: «Stiamo cercando la voce perfetta per questo progetto».
Ecco, di fronte a un messaggio del genere la mia reazione istintiva è sempre la stessa: cercatevela. Se cercate la voce perfetta, andate a cercarvela, ascoltate le persone, fate una selezione. Non metteteci tutti in fila a registrare a vuoto per poi non ascoltare nemmeno la metà dei file inviati. Perché la realtà di quei portali è esattamente questa: una quantità enorme di provini non viene neanche aperta.
Se invece qualcuno si prende il disturbo di sfogliare il catalogo, ascolta i provini che hai pubblicato e dice «voglio sentire lui su questo testo specifico», il punto di partenza si ribalta. Non è la macchina che ti ha infilato in un calderone: è un essere umano che ha sentito un'attitudine e vuole fare una verifica su parte. A quel punto ha senso accendere il microfono e lavorare.
Anche se il testo che ti mettono davanti è una follia.
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Il duello sulla strada polverosa
La scena del copione è un classico del cinema western, ma con una variante alimentare:
La scena si apre su un classico duello in una vecchia cittadina del West. Due cowboy dall'aria dura si fronteggiano lungo una strada polverosa. Entrambi portano un Maxibon nella fondina: a uno sporge il lato al cioccolato, all'altro quello al biscotto. Squadrandosi a vicenda, il primo cowboy esclama: «Senti un po', il lato al cioccolato del Maxibon è il migliore!» Il secondo cowboy, impassibile, ribatte: «Questa città non è abbastanza grande per il lato al cioccolato, perché è il lato al biscotto il migliore!» Entrambi inarcano le sopracciglia. Gli altri abitanti della città si riparano dietro pali e barili.
Davanti a una cosa del genere puoi fare due cose: puoi fare il professionista impostato che recita il copione con il tono profondo da trailer hollywoodiano, oppure puoi trattarlo per quello che è, cioè una gag surreale tra due pistoleri che litigano per un gelato.
Ho aperto REAPER, ho preso il microfono e ho deciso di registrarlo divertendomi. Niente tono da spot impomatato, niente enfasi da finto fighetto. Una recitazione asciutta, quasi seria, che rendesse la situazione ancora più ridicola: «È bellissimo perché è brutto da morire».
Mentre montavo i respiri mi immaginavo il tizio dell'agenzia con la cuffia in testa che preme play e pensa: «Ma chi è questo imbecille?». E per chiudere la consegna in bellezza, in calce al file ho lasciato un piccolo saluto in inglese, pronunciato con lo stesso piglio da duello: «Let me know what you think. I'll be waiting for you out on the dusty street if you are brave enough».
Se ascolteranno il file, almeno avranno passato trenta secondi diversi dal solito.
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Portali, muri e seriosità
La questione vera non è il gelato, ma il modo in cui ci siamo abituati a lavorare.
C'è un'ossessione diffusa per la seriosità che trovo ormai insopportabile. Viviamo in un'epoca in cui la tecnologia ci permetterebbe di entrare in contatto diretto con chiunque. Siamo quasi otto miliardi di esseri umani sul pianeta — tolti quelli sotto tutela democratica — e abbiamo gli strumenti per parlarci, chiamarci, capire a pelle chi abbiamo di fronte e costruire relazioni di lavoro autentiche.
Invece ci siamo chiusi dentro piattaforme piene di filtri e barriere, dove ci si nasconde dietro i portali e si azzera qualsiasi rapporto tra le persone.
Per quanto mi riguarda, i modelli che funzionano davvero sono soltanto due: 1. L'agenzia che ti conosce: una struttura con cui hai un rapporto umano continuativo, che sa come lavori, conosce il tuo carattere, le tue idee e persino le tue idiosincrasie, e che proprio per questo sa esattamente quando e come proporti a un cliente. 2. La vetrina diretta: un portale che si limita a esporre il tuo lavoro, dove chi cerca una voce può ascoltare i tuoi campioni, farsi un'idea precisa e contattarti per una prova su parte dopo averti già preascoltato.
Tutto il resto — i bandi aperti a centinaia di sconosciuti, i casting al buio dove partecipi senza sapere se la tua voce c'entri qualcosa con l'idea del committente — è solo un meccanismo che fa perdere tempo a te e a chi deve ascoltare.
Ci ho provato all'inizio della mia carriera, poi ho smesso per quindici o vent'anni. Qualche estate fa ho voluto riprovarci, ho testato diversi siti (l'ultimo è stato Bodalgo) per vedere se le cose fossero cambiate, e sono arrivato alla stessa conclusione: è un gioco di scommesse a vuoto. Manca il presupposto fondamentale, che è il contatto tra due persone.
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Quasi otto miliardi di alternative
Alla fine la regola è molto semplice: prima di mandare un file o accettare un lavoro, devi capire se a pelle ci si prende. Se c'è sintonia si lavora insieme, se non ci si piace ci si saluta e si va oltre.
Non c'è dramma e non c'è bisogno di prendersi sul serio: domani si muore e noi siamo qui a fare le facce compunte per un provino.
Io continuerò a fare provini in cui mi permetto di scherzare. Se a chi ascolta piace questo modo di lavorare, bene, ci troviamo sulla strada polverosa. Se invece cercano qualcuno che si prenda terribilmente sul serio, non c'è nessun problema: ci sono quasi otto miliardi di persone al mondo, e la maggior parte è serissima.
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Guarda il video
Nel video registrato direttamente in studio racconto il dietro le quinte del provino per Maxibon, la registrazione del take su REAPER e una riflessione senza filtri sui portali di casting e sul bisogno di recuperare il rapporto umano nel lavoro della voce.

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