Il ritorno del TLM 67 e l'inganno della cuffia
Un vecchio Neumann riacceso per un recupero, un file per la TV da consegnare in fretta e la strana sensazione che basti un'equalizzazione per farti sembrare un'altra persona. Dietro le quinte di una mattinata storta tra banchi di regia, monitoraggio e forbici sulla timeline.
Mattinata un po' compressa. Di quelle dove ti ritrovi davanti al banco di lavoro senza esserti nemmeno fatto la barba, dopo un paio di giorni abbastanza pesanti, e ti tocca partire subito.
La ragione è banale: un cliente mi ha chiesto di recuperare un vecchio progetto di un anno e mezzo fa. Per riallinearmi a quel lavoro sono andato a ripescare il setup che avevo all'epoca, rimettendo sull'asta il mio Neumann TLM 67. Vecchio si fa per dire: era solo un anno e mezzo che non lo usavo, perché nel frattempo le produzioni quotidiane mi avevano portato su altri microfoni.
Riaprire una sessione dopo tanto tempo è sempre divertente. Nel software di Universal Audio ho ritrovato tutta la catena memorizzata: un API Vision Channel Strip con il compressore che lavora parecchio — tanticchia, come si dice —, poi un limiter per sicurezza e persino un de-esser. Guardandolo oggi mi viene da ridere da solo: ma che ci faceva un de-esser su un TLM 67? Volevo ammorbidire il suono, si vede.
Avendo ancora nelle orecchie i microfoni che uso di solito, come l'L1 — che è più aperto sui 3–4 kHz, più frizzante ma senza perdere calore —, questo suono mi riporta subito a una pasta più vintage, meno aperta sulle medio-alte. Visto che il microfono era già lì caldo, me lo sono tenuto per il lavoro del mattino: un redazionale che deve andare in televisione. Le auto vanno e vengono, che ti devo dire.
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Gli elefanti a 32 bit e la realtà del montatore
La prima cosa che ti viene in mente è che questo file andrà in TV, quindi alla fine in editing non gli farò praticamente niente. Ci penserà il montatore video a dargli l'enfasi che preferisce.
Noi in studio facciamo tutta questa trafila, ci mettiamo del nostro, ma poi il materiale finisce a chi monta il video, che ci piazzerà sotto musica ed effetti e cercherà il suo bilanciamento. Il nostro compito a che serve? Ad avere un buon editing alla fine, un buon livello di suono, e poi lasciare che il montatore faccia il resto.
In rete c'è sempre chi pontifica su formati mastodontici, discettando di dover mandare per forza file WAV a 32-bit float aperti fino all'infinito, robe pesantissime attraverso cui non passerebbero nemmeno gli elefanti.
Poi l'altro giorno ero in sessione live con una montatrice video con cui lavoravo per la prima volta. Le ho fatto due domande tecniche per sapere come volesse il file: mono o stereo? E lei, serenissima: «MP3 stereo a 320 kbps va benissimo, poi ci penso io». E glieli ho mandati così. Alla fine tocca sempre fare i conti con la realtà pratica del lavoro, che è molto più semplice di tante paranoie teoriche.
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«Non è la stessa persona»: i misteri dell'orecchio
Mentre registravo stavo pensando a una cosa che si sente ripetere spesso: che il microfono non farebbe la differenza, perché tanto è tutta questione di voce.
Eppure in questi giorni mi è successa una cosa particolare. Alcuni clienti non riconoscevano la voce di un prodotto precedente rispetto a quello attuale. Era la stessa identica persona! Io la riconoscevo perfettamente, e con me la riconoscevano gli altri che ci stavano lavorando. Ma per loro erano due persone diverse. Solo perché c'era un'equalizzazione diversa e un microfono differente.
È una cosa che fa pensare. Se senti parlare qualcuno alla cornetta del telefono o da un impianto gracchiante lo riconosci comunque, no? E invece lì bastava una curva di equalizzazione diversa per fargli credere che parlasse qualcun altro, pur avendo lo stesso identico modo di porgersi.
Allora ti viene il dubbio che non sia del tutto campata per aria l'idea che esista un microfono più adatto per ogni singola voce, o che ti faccia rendere meglio. Anche per questo ogni tanto vado a riprendere i miei vecchi microfoni: mi fanno sentire più a casa, anche se poi il risultato finale dovesse uscire dall'altoparlantino di un telefonino.
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La trappola della cuffia e il trucco dell'AUX
C'è poi un altro meccanismo, ancora più subdolo: l'effetto che il microfono ha su chi parla.
Noi pensiamo che la nostra voce sia un dato fisso, stabile. Ma non è affatto così: la voce è un dato totalmente instabile. Cambia con il meteo, con l'atmosfera, con lo stato fisico, con l'umore della giornata.
Ma soprattutto cambia in base a quello che ti ritorna nelle orecchie mentre registri.
Quando parli con la cuffia in testa vivi una condizione innaturale. Ricevi la voce sia dal tuo corpo sia dalla cuffia: è una sovrapposizione di segnali che, se non sei abituato, ti spaventa, al punto che chi la indossa le prime volte tende ad alzare la voce per sentirsi. Ma anche per chi fa questo mestiere, quello che senti può falsare quello che fai realmente.
Mi sono accorto che se ho davanti un microfono sottile e medioso, l'orecchio mi porta istintivamente a compensare: tendo ad assottigliare la voce e a calcare ancora di più su quelle frequenze. Il microfono finisce per spostare me.
Da qui il trucco che uso sulla scheda audio: mando il segnale del microfono a una mandata AUX dove ascolto in cuffia. Lì posso equalizzarmi il suono e metterci un po' di compressione solo per il mio rientro, senza registrare quegli interventi sulla traccia pulita.
È la stessa cosa che succede con i cantanti: se in cuffia gli dai un po' di riverbero e un suono già compresso, cantano molto meglio. Se ti senti bene addosso, la prestazione cambia. Se invece ti togli la cuffia, torni subito a parlare nel modo naturale con cui ti rivolgeresti a una persona per strada, perché normalmente nessuno di noi parla con le cuffie in testa.
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La fobia dei respiri e la favola del lupetto
Negli ultimi tempi, tra software automatici e audio fai-da-te, togliere completamente i fiati sta diventando una specie di ossessione generale.
Mi è capitato di recente di consegnare un lavoro che doveva essere più simile a un doppiato. C'era un avatar animato con la mia voce, un personaggio che parlava, faceva delle pause fisiologiche, respirava normalmente. La risposta del cliente è stata spiazzante: «Ma qui ci sono i respiri! No, a me la voce dell'avatar non piace, voglio che sia sempre il narratore a fare l'avatar».
Gli piaceva la voce del narratore istituzionale, quella dove non ci sono respiri e l'impostazione è asettica: «Il lupetto andò nel bosco e si mangiò Cappuccetto Rosso». Quando ha visto il personaggio parlare come un essere umano si è trovato spiazzato: per lui erano due persone diverse e voleva la prima.
Nei demo in realtà non siamo mai del tutto naturali, parliamo in un certo modo e il cliente si aspetta quello. Visto che questo redazionale va in televisione, i fiati tocca toglierli: ne lasciamo pochi, giusto perché mi piace pensare che respiro.
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Piccoli trucchi sulla timeline
Come si mette a posto una timeline del genere per la TV? Che ne so! Ci provo da una vita ma non ho certo la ricetta magica. Al banco si cerca solo di far quadrare i conti tra i tempi stretti del palinsesto e un risultato che suoni decoroso.
- Dimezzare le pause: Ogni spazio tra le frasi è di circa mezzo secondo. Se togli il fiato e dimezzi la pausa portandola a un quarto di secondo, recuperi tempo prezioso e dai subito un passo più scorrevole e ritmato al parlato.
- Il respiro a un terzo: Se hai voglia di perderci un attimo di tempo, prendi il fiato, ne tagli via due terzi e lasci solo un piccolo frammento. Chi ascolta ha la sensazione che tu stia respirando, ma non sente il rumore dell'aria che tira su.
- Pulizia a 100 Hz: Il suono in ingresso è già tagliato sui 100 Hz, ma controllo comunque che non ci siano risonanze fastidiose attorno ai 96–100 Hz per pulire il fondo.
- Un pizzico di presenza: In alto non ho problemi di sibilanti, quindi non tocco nulla; sui 5 kHz invece un piccolo bump ci sta bene, dà quel tanto di definizione in più che aiuta a bucare il mix televisivo.
- La cadenza finale: Mentre sul resto del testo le pause si stringono, sull'ultima frase lascio tutta la lunghezza naturale del respiro. È il finale, è giusto che si appoggi e aspetti un attimo. O almeno si spera ci sia qualcuno ad ascoltare! :)
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Guarda il video
Nel video registrato al banco di lavoro mostro la sessione completa: il recupero del Neumann TLM 67 con la catena API Vision, la registrazione del redazionale, le considerazioni sulla percezione della voce e i piccoli interventi di micro-editing sulla timeline.

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