Lato Cardioide · Giornale di bordo di Paolo BalestriAggiornato il 22 settembre 2026
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La finta fuga dai social e il mito dell'astinenza intellettuale

22 giugno 2026

L'algoritmo spinge contenuti su come le persone intelligenti stiano abbandonando i social. Un paradosso servito proprio sulle stesse piattaforme. Ecco perché la fuga nostalgica è una bugia e restare online è l'unica via per sopravvivere professionalmente.

Qualche giorno fa, l'algoritmo di YouTube mi ha piazzato davanti un filone preciso di contenuti: video che spiegano perché "le persone intelligenti non stanno sui social". Il titolo mi ha agganciato e mi sono messo a guardare. I temi sono i soliti: dopamina, attenzione frammentata, la finestra di Overton (che una volta, giuro, pensavo fosse di legno o PVC). Si descrive il social network come una sostanza stupefacente somministrata in piccole dosi per generare assuefazione.

Il paradosso, però, è frontale e ridicolo. Il creatore del video, mentre predica la disintossicazione digitale da un social network, chiude il suo intervento chiedendo di mettere un like, iscriversi al canale e lasciare un commento. Sfrutta esattamente le stesse leve biochimiche che sta demonizzando. È il picco di una schizofrenia digitale. Mi dici che non devo starci, ma mi chiedi di seguirti.

Sembra ci sia un forte senso di colpa collettivo riguardo all'uso della tecnologia. Come se non distaccarsi dalle piattaforme equivalesse a non avere spessore intellettuale o integrità morale.

Ma c'è una realtà pratica e ineludibile che chi lavora non può ignorare. Negli anni Novanta, la reputazione nel nostro settore, l'audio, si costruiva nel chiuso degli studi. I clienti venivano da te perché conoscevano il tuo metodo di lavoro tramite il passaparola dei corridoi. Oggi, l'ecosistema si è completamente spostato online. Le conversazioni, i contatti e la costruzione del proprio "nome" avvengono quasi esclusivamente qui, sulle piattaforme. Restarne fuori non significa preservare la purezza della propria mente. Significa chiudersi volontariamente in una grotta.

Non nego la dipendenza. Io stesso sono dipendente dal mio lavoro e dalla tecnologia. Un tempo mi alzavo e accendevo subito i notiziari radiofonici, temendo che perdermi una notizia mi avrebbe escluso dal mondo. Poi ho smesso. Oggi ammetto di avere bisogno del feedback digitale. Ho poche migliaia di follower su YouTube. I miei video li guardano in quattro gatti. Eppure mi basta un singolo commento per innescare un ragionamento e colmare un bisogno di reattività che prima ottenevo incontrando le persone faccia a faccia. I social mi fanno reagire, mi fanno pensare.

Rifiuto categoricamente la narrazione nostalgica che vorrebbe un ritorno al passato analogico come soluzione. Prendiamo l'intelligenza artificiale: ce la stanno imponendo i colossi. Ma funziona. Rifiutarla per un principio di purezza intellettuale sarebbe come aver rifiutato l'automobile per continuare a spostarsi a dorso di mulo. Si inquinava meno, certo, ma non ci saremmo mai mossi dalle capanne in mezzo ai campi.

La tendenza a romanticizzare il passato viene smontata senza appello. Mia madre mi raccontava della sua vita rurale: le colline, le pecore, il gregge. Qualcuno oggi ci vede un idillio bucolico, una specie di cartolina alla Heidi. La verità è che era una vita di merda. Di fame e di stenti, senza cure mediche, in cui se avevi una bambola te la bruciavano perché dovevi solo badare agli animali. L'idea che si stesse meglio quando si stava peggio è una bugia consolatoria. Si sta oggettivamente meglio oggi.

Se uno diventa schiavo di questi sistemi, il problema è una sua mancanza di forza. La soluzione non è fuggire e fingersi superiori colpevolizzando il mezzo di comunicazione. L'ipocrisia di cercare ossessivamente l'approvazione social mentre si critica il sistema rivela solo un'incapacità di accettare le regole del nuovo ambiente. La vera prova è imparare ad abitare la tecnologia mantenendo una mente lucida, selettiva e indipendente. Il mezzo ti dà degli input, ma sei tu a decidere. ---

Guarda il video: Paolo riflette sull'ipocrisia dei social e sull'evoluzione della reputazione professionale

Le persone intelligenti non hanno paura dei social
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Conversazione su YouTube

Commenti pubblicati originariamente sul video YouTube collegato a questo articolo.

@elodimmusicproducer1949
Ciao Paolo, si come dicevi avrebbe avuto coerenza il contenuto del video se fatto in un contesto diverso dalla piattaforma, per quanto mi riguarda sono cose che stanno lì... le piattaforme possono essere didattiche o di intrattenimento come nel tuo caso, deve essere un mezzo dove attingere e per la maggior parte questa piattaforma è così per il grosso, io che da bambino mi porto dietro una curiosità ed ho sfogliato enciclopedie degli anni '60 come alcuni libri cercare e trovare qui tutorial o info di argomenti di mio interesse è tanto, nel modo di pensare ci stiamo avvicinando un po' agli antichi filosofi, anche se Heather 🤔 si dice così? lo fanno nel modo contrario... Ma tutto sommato l'attuale conoscenza ci porta anche al libero pensare a mio parere. Come sempre ti auguro buon lavoro.
@PaoloBalestri Autore
Giusto
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