Il furto di conoscenza e la tentazione dei superpoteri
L'intelligenza artificiale si addestra sui nostri dati senza chiedere permesso, eppure la tentazione di usarla per avere superpoteri creativi immediati è irresistibile. Un esperimento pratico tra cloni vocali e l'aggiramento dei filtri sul diritto d'autore.
Mentre lavoro al montaggio del mio podcast, la sessione si trasforma in un esperimento pratico con l'intelligenza artificiale generativa. Uso i software per scrivere testi e comporre musica in tempo reale. Metto alla prova SUNO per clonare la mia voce e generare canzoni ironiche. Tento di creare una cover parodistica del brano "Io camminerò" di Umberto Tozzi. Il sistema riconosce la violazione del diritto d'autore e si blocca, avvisandomi che la canzone è protetta. Mi basta però modificare una manciata di parole – "tu mi caricherai" al posto di "tu mi seguirai" – per aggirare il filtro. La macchina abbocca ed esegue. Clona la mia voce, assembla gli arrangiamenti e mi consegna una ballad folk e un pezzo pop-rock anni Sessanta in una manciata di secondi. L'intenzione è mia, ma fa tutto lei.
Siamo di fronte al risultato del più grande furto di conoscenza nella storia ricordata dagli umani. Le macchine sanno cantare, disegnare, scrivere e programmare solo perché sono state addestrate silenziosamente sull'intero scibile umano, assorbendo il lavoro di milioni di autori senza alcun riconoscimento. Avverti subito la disparità di forze: da una parte ci siamo noi, derubati e impotenti. Dall'altra ci sono i giganti della tecnologia, i proprietari dei data center. Miliardari talmente ricchi che non spengono la luce per risparmiare e a cui non frega assolutamente nulla se arriva una multa da 5 miliardi. Per loro sono bruscolini. Hanno i cassetti pieni di avvocati.
Eppure, la tentazione è fortissima. Dal mio angolino di mondo, questa macchina mi offre superpoteri immediati. Permette a chiunque, anche a un incompetente, di generare contenuti complessi in pochi istanti. Si instaura un rapporto psicologico ambiguo, quasi disturbante. L'intelligenza artificiale si presenta come un oracolo cortese e onnisciente, un assistente che non si schifa di fare il lavoro sporco. Risponde a tutto. E se sbaglia o s'inventa le cose, non si scompone, chiede scusa e continua a lusingarti.
Il timore per il futuro del mestiere è lucido. Non vedo un'apocalisse imminente in cui i robot spazzano via i grandi maestri, ma un'erosione chirurgica dal basso. La macchina aggredisce le fondamenta del mercato, automatizzando la manovalanza intellettuale. Sparisce la gavetta, sparisce il terreno in cui i giovani professionisti potevano fare pratica e commettere errori. L'ingresso nella professione diventa un salto nel vuoto senza paracadute. Senza contare l'isolamento sociale: l'abitudine ad avere a che fare con un assistente sintetico, sempre accondiscendente, rischia di cancellare le interazioni umane imperfette, dal confronto col collega alla chiacchierata informale.
Non so come il mercato reagirà alla saturazione, né se mai si riuscirà a imporre un sistema di licenze o se questo oligopolio divorerà tutto. Ma il punto cieco di chi guarda a questa tecnologia è la calibrazione del valore. Valutiamo il potenziale della macchina misurando la sua capacità di eseguire compiti velocemente e a costo zero. Scambiamo l'efficienza tecnica per la supremazia assoluta sul prodotto. Ci sfugge che un'inondazione di contenuti perfetti, illimitati e gratuiti genererà inevitabilmente una svalutazione. In un oceano di esecuzioni sintetiche impeccabili, l'abbondanza azzererà il valore percepito della tecnica pura. L'ansia per l'obsolescenza ci impedisce di calcolare che il difetto umano, l'attrito della fatica e l'impronta autoriale diventeranno a breve l'unico vero bene rifugio per un mercato alla disperata ricerca di autenticità.
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Il processo creativo di un brano sintetico e la riflessione sul furto dei dati: La fase di creazione del mio podcast con la seven song e SUNO

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