Come gatti sul divano
Un podcast radiofonico anni '70 per raccontare il furto dell'intelligenza artificiale e la nostra incapacità cronica di ascoltare fino in fondo. Ci ho fatto pure una canzone.
Sto finendo il podcast, e mi rendo conto che è più complicato del previsto. L'idea è quella di farci un programma radiofonico, come si faceva a fine anni Settanta. Una conduzione ritmata in cui usi le canzoni per raccontare la realtà. Ai tempi arrivavano questi brani dall'America, pochi capivano l'inglese, e il DJ ti spiegava il significato profondo, mescolando cantautori che sapevano raccontare le miserie umane. La stupidità c'era già, non servivano i server o l'intelligenza artificiale. Sotto la cenere non si spegne mai: appena ci finisce sopra qualcosa, prende fuoco.
Volevo usare questo stratagemma per raccontare il presente. Il problema è che non trovo le canzoni giuste nella discografia odierna, e non posso usare quelle del passato. E allora me le sono scritte io. Ho iniziato per gioco, appoggiandomi a Suno per riflettere sulle Sette Sorelle (o Otto, se contiamo il dragone cinese). Ci ho riflettuto a lungo: "che schifo, è un furto". Vero. È il più grande furto di proprietà intellettuale della storia. Ma la verità è che io sto già partecipando a questo furto. Sto già pagando le Sette Sorelle. Abbiamo tutti un abbonamento Microsoft o usiamo Google. Se ne resti fuori, sei escluso dal sistema. E dove vai a vivere? Su Marte? Su un'isola che non è ancora stata comprata da questi giganti?
Ho fatto l'uomo tutto d'un pezzo in passato, e sono uscito dal sistema. Risultato: sono rimasto isolato. L'approccio che ho scelto ora è puramente pragmatico. La sopravvivenza. Se passi il tempo con le braccia incrociate a combattere il mostro, perdi. Meglio fare all'italiana: diventi fascista coi fascisti, comunista coi comunisti, e poi democristiano. Non è bello, ma è così che resti in gioco per poter combattere, magari dall'interno.
Il problema vero, però, è un altro: il nostro tempo di attenzione. Appena provi a fare un discorso che supera i due minuti, la gente ti giudica. Ti pregiudica prima ancora che tu finisca la frase. Devi condensare tutto. Risultato? Un pensiero povero. Ci nutriamo di briciole sul pavimento: un pezzetto di video, uno slogan, un giudizio affrettato. Ma da una briciola non capisci se il pasto era pane, pizza o ciambellone. Non vedi il contesto, manca l'intero.
Siamo diventati come gatti sul divano: aggrappati con le unghie alla stoffa delle nostre certezze. Appena provi a spostarci di un millimetro, tiriamo fuori gli artigli. Nessuno vuole mettersi in discussione, perché abbiamo tutti paura di cambiare. Io per primo.
Per questo ho scritto "Il gatto sul divano" con ChatGPT e l'ho fatta cantare a Suno. Gli ho dato il prompt, la macchina ha fatto i suoi calcoli matematici — zero consapevolezza, ma ottima logica — e ha assemblato le rime. E io divento un "copia-incollista" che sfrutta il sistema. Funziona. La canzone dice esattamente quello che volevo: la mente fa fatica, la pancia ha già deciso, e se manca tutta la cena, chiamiamo "verità" il sapore dell'unica briciola che abbiamo assaggiato.
Basta un commento di pancia o un boomer per spegnerti. Allora resto sul divano anch'io, faccio il morto, mi apro una birra.
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Il processo di creazione della canzone con Suno. https://youtu.be/by40lEH8zoQ

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