Lato Cardioide · Giornale di bordo di Paolo BalestriAggiornato il 22 settembre 2026
Lato CardioideSenza copione — dal lato cardioide

Dal provino allo spot: un Frankenstein molto italiano

28 agosto 2026

Il provino è piaciuto, il secondo demo pure. Adesso c’è da fare il lavoro. Loro mi dicono «Amazing», io penso che mi licenzierei da solo. Benvenuti in una sessione pubblicitaria internazionale: a volte il problema non è convincere il cliente. È credere che sia davvero contento.

Nel pezzo sul provino avevo raccontato come fosse cominciata questa storia: un cliente canadese, il passaggio attraverso l’agenzia svedese con cui collaboro, io in Italia a cercare l’italiano giusto. Non la lingua: il personaggio. Quello che deve parlare inglese e far venire voglia di ordinare la pasta.

Ora siamo alla sessione vera, per lo spot Denny’s. Il lavoro l’ho preso. Mi resta soltanto da ricordarmelo ogni volta che inciampo su una parola.

Amazing. Dite a me?

In italiano non faccio tutti questi errori. In inglese mi si incastrano le sillabe, una parola che un attimo prima sembrava innocua diventa una prova di equilibrio e io sento soprattutto quello che non mi riesce. Dall’altra parte, invece, mi chiedono una sfumatura più romantica, un po’ più di tempo su tre parole, qualche variante. E mi dicono che va bene.

«Meno male che me lo dite, perché io mi licenzierei da solo.»

Non è modestia. È che stiamo ascoltando due cose diverse. Io ho in cuffia la collezione completa dei miei inciampi. Loro stanno cercando una voce, un’intenzione, qualcosa che funzioni insieme alle immagini e alla musica. La pronuncia si corregge, le take si scelgono, il ritmo si aggiusta. Non significa che tutto vada bene comunque: significa che il criterio non è il mio personale campionato della frase impeccabile.

Il provino aveva funzionato per questo. Non mi avevano scelto perché fossi diventato improvvisamente madrelingua. Gli interessava come gliela raccontavo. L’inglese lo stavamo mettendo a posto insieme.

Il Frankenstein italiano

Intanto il fonico monta. Una partenza da una take, un passaggio da un’altra, la chiusura che piace di più. Io ascolto e gli dico che sta costruendo un «Italian Frankenstein».

Lo dico ridendo, ma è un’immagine piuttosto onesta del lavoro. Non c’è sempre la lettura miracolosa, quella che esce intera e perfetta mentre qualcuno in regia si asciuga una lacrima. Ci sono pezzi buoni da far stare insieme. Il risultato deve sembrare una persona che parla, non il verbale delle operazioni con cui siamo arrivati fin lì.

Poi arriva la versione breve. Prima cercavamo il romanticismo, adesso bisogna far entrare le parole. E i quindici secondi sono dello spot, mica tutti miei: per la voce lo spazio è ancora più stretto. Il Frankenstein deve anche correre. Possibilmente senza perdere pezzi.

La take più difficile è quella che non proponi

Ascoltando la musica mi vengono altre idee. Potrei appoggiare la frase diversamente, dividerla, rifarla. Ho una certa inclinazione a intervenire. Diciamo pure a rompere le scatole, così ci capiamo.

Ma se dall’altra parte stanno lavorando su qualcosa che gli piace, forse non serve interromperli per dimostrare quanto io sia pieno di iniziativa. Posso offrire una variante quando mi chiedono altre take: gliela faccio sentire e la scelgono, se gli serve. Senza allegare una conferenza sulle mie intenzioni artistiche.

È una delle cose che imparo riguardando queste sessioni. Non registro le live soltanto per mostrarle: le riguardo anche per accorgermi di come mi muovo. A volte la voglia di migliorare è utile. Altre volte sto soltanto cercando di tranquillizzare me stesso, chiedendo a tutti gli altri di ricominciare.

Attendere, prego

La parte più lunga, comunque, non è parlare. È aspettare.

Loro ascoltano, montano, confrontano. A un certo punto sentono il cliente. Io rimango davanti al microfono, senza sapere che facce stiano facendo. E il silenzio diventa subito uno sceneggiatore molto prolifico: gli piace tutto? Non gli piace più niente? Stanno cercando le parole per licenziarmi con delicatezza?

Per sopravvivere all’attesa arrivo a preparare una specie di segreteria telefonica, con Vivaldi sotto: siete in attesa di essere collegati con l’italiano richiesto. Il servizio clienti della mia autostima lascia un po’ a desiderare, ma almeno c’è la musica.

Poi tornano. Hanno parlato con il cliente: è contento. Tutto quel cinema che mi stavo facendo in testa non era incluso nel brief.

C’è soltanto un ultimo ritocco alla pronuncia di signature. Lo facciamo, ci salutiamo, sessione finita.

Ecco come è andata a finire. Dal primo provino alla registrazione, il punto è rimasto lo stesso: capire che cosa serve dall’altra parte. Solo che, una volta ottenuto il lavoro, bisogna fare anche un piccolo sforzo supplementare: lasciare che siano contenti, senza convincerli a tutti i costi che potevamo fare meglio.

Il Frankenstein cammina. Io posso smettere di controllargli le cuciture.

Guarda la sessione

Nel video trovi la registrazione, le correzioni, le attese e le conversazioni fra una take e l’altra. È il terzo capitolo della vicenda, dopo i due provini raccontati nell’articolo precedente: Il provino è andato bene e diventa una live per lo spot.

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