Lato Cardioide · Giornale di bordo di Paolo BalestriAggiornato il 22 settembre 2026
Lato CardioideSenza copione — dal lato cardioide

Tremila parole dopo smetti di fare la voce

3 giugno 2026

Trenta minuti di compliance aziendale, un Neumann U87 per rifarsi le orecchie e la lotta contro testi impronunciabili: quando una registrazione è davvero lunga, la tecnica serve a una sola cosa: togliersi di mezzo.

Dovevo registrare un corso. Uno di quelli lunghi. Non lunghi nel senso di Guerra e pace, naturalmente. Circa tremila parole. Però abbastanza perché dopo un po' alcune parole inizino a perdere il significato e “soggetto terzo” diventi semplicemente una configurazione della bocca.

Il corso riguardava procedure, compliance, due diligence, anticorruzione.

Argomenti che certamente possiedono un loro fascino.

Probabilmente.

Da qualche parte.

La registrazione sarebbe durata una mezz'oretta abbondante una volta finita. Naturalmente per produrre mezz'ora di audio serviva molto più di mezz'ora. Questa è una delle prime leggi della fisica applicata alla voce.

Prima decisione fondamentale: quale microfono uso per parlare di compliance?

Quel giorno ho tirato fuori l'U87. Non perché una procedura anticorruzione richieda espressamente un Neumann. Mi serviva rifarmi le orecchie.

Da un po' stavo lavorando molto con un altro microfono e succede una cosa abbastanza normale: dopo un po' quello che senti tutti i giorni diventa il tuo riferimento. Non significa necessariamente che sia migliore. Significa che ti ci sei abituato.

Quindi ogni tanto cambio. È una specie di controllo periodico dell'udito professionale. Metto qualcosa che conosco da anni e vedo cosa succede.

L'U87, nel mio caso, è quasi un vecchio collega. Ne conosco i pregi, i difetti e probabilmente anche qualche opinione politica.

Lo accendo. Parlo. E immediatamente mi sembra più chiuso di quanto ricordassi.

Interessante.

Non significa che durante la notte il microfono sia peggiorato. Forse sono cambiate le mie orecchie. Forse è cambiato quello a cui mi sono abituato. Forse sono cambiate entrambe le cose. È anche per questo che ogni tanto conviene cambiare.

Facciamolo semplice

Il suono doveva essere pulito. Voce su bianco.

Niente trailer. Niente automobile che attraversa il deserto. Niente profumo francese raccontato come se avessimo appena scoperto il senso dell'esistenza. Un corso aziendale.

Quindi poco trattamento. Un filo di espansione perché fuori faceva un caldo notevole e avevo le ventole accese. Un po' di controllo dinamico. Limiter alla fine. E basta.

Il problema dei plugin è che, quando ne hai molti, puoi sempre trovare una ragione per aggiungerne un altro. La parte difficile è trovare una ragione per non farlo.

Qualche giorno prima avevo passato parecchio tempo a riascoltare vecchie catene convinto che ci fosse qualcosa che non funzionava nel microfono o nel suono. Alla fine avevo scoperto il guasto. Ero io che usavo male i plugin. È un guasto abbastanza comune. Molto più economico da riparare di un microfono, per fortuna.

Una slide alla volta

I corsi li registro a pezzi.

Slide.

Stop.

Slide successiva.

Stop.

Non cerco di fare trenta minuti filati per dimostrare qualcosa a qualcuno. Non c'è una commissione olimpica dell'e-learning che assegna punti se arrivi in fondo senza respirare. Registrare a segmenti rende più semplice la ripresa e soprattutto quello che arriva dopo.

L'editing.

Lascio anche un po' di spazio prima di partire. Una piccola zona vuota. Serve se il computer decide di pensarci un attimo prima di registrare. Serve per il montaggio. Serve anche a me.

Parto.

«Questo corso contiene audio. Regola il volume di conseguenza.»

Una delle grandi frasi della letteratura contemporanea. Se hai il volume a zero naturalmente non puoi sentirla. Ma non è compito mio risolvere tutti i problemi dell'umanità nello stesso pomeriggio.

Poi arriva Edwards

Il nome dell'azienda ricorre praticamente ovunque.

Edwards.

Pronuncia? Nessuna. Naturalmente. Quando un nome compare quaranta volte in un corso, la pronuncia è considerata un dettaglio. Quando compare una volta, anche.

Parto. Lo dico. Mi fermo. Lo ridico. Lo sbaglio. A un certo punto comincio a insultare personalmente un'azienda che, fino a prova contraria, non mi ha fatto niente. È il momento in cui il lavoro entra nella sua fase più interessante. Quella in cui il testo smette lentamente di essere linguaggio e diventa ginnastica.

“UK Bribery Act”

Ci sono frasi che sulla pagina sembrano innocue. Poi apri la bocca.

«Le leggi globali anticorruzione come la FCPA e la UK Bribery Act prevedono…»

No.

Rifacciamo.

«Le leggi globali anticorruzione come la FCPA e la UK Briber…»

No.

Ancora.

A un certo punto ho detto:

«I'm a professional voiceover.»

Subito seguito da un'opinione meno professionale sulla questione.

Succede.

Il mestiere non consiste nel non sbagliare. Se così fosse, dopo trent'anni dovrei cambiare lavoro. Consiste anche nel capire quando conviene correggere il pezzo e quando conviene rifarlo.

Tre righe piene di rattoppi? Rifacciamole. Una piccola imperfezione innocua dentro una frase buona? Forse può vivere. Questa distinzione per me è diventata molto più importante col tempo.

In altri tempi l'avrei rifatta

A circa metà registrazione mi sento fare una piccola scivolatura. Non un errore. Non una parola sbagliata. Una di quelle cose che senti soprattutto tu perché sai esattamente come avresti voluto dirla.

Anni fa l'avrei rifatta. Probabilmente cinque volte. Non perché il cliente lo avrebbe chiesto. Perché io sapevo che potevo farla più pulita.

Quel giorno invece ho pensato:

le sporcature umanizzano.

E l'ho lasciata.

Può darsi che sia un errore. Ma negli ultimi anni mi sono accorto di avere progressivamente cambiato idea su cosa significhi “fatto bene”.

Una volta cercavo soprattutto il controllo. Ogni consonante al suo posto. Ogni pausa prevista. Emissione uniforme. Nessun piccolo cedimento. Era anche il modo in cui si facevano molte cose. Poi il gusto è cambiato. E forse sono cambiato anch'io.

Meno.

Eleonora me lo ripete spesso.

«Meno. Meno. Meno.»

Che è un'indicazione frustrante perché normalmente funziona.

Il vecchio trombone

Anni fa avevo persino fatto un podcast intitolato Vecchio trombone proprio su questa cosa. Lo avevo scritto. Registrato. Spiegato. Quindi naturalmente non avevo ancora capito niente. È uno dei vantaggi di spiegare le cose agli altri: qualche anno dopo potresti finalmente impararle anche tu.

La voce istituzionale di una volta aveva spesso una sua nobiltà. Presenza. Appoggio. Fraseggio. La voce che entra nella stanza cinque secondi prima della persona.

Oggi molte produzioni cercano altro. Una presenza meno esibita. Una voce che sembra non stare continuamente dimostrando di essere una voce. Questo non significa leggere male. Significa forse nascondere meglio il lavoro. Che è molto più difficile.

Dopo venti minuti il problema sei tu

All'inizio di una lunga registrazione puoi ancora occuparti dei giocattoli. Microfono. Preamplificatore. Plugin. Livelli.

Dopo venti minuti cominciano i problemi più semplici. Hai caldo. La bocca si asciuga. Ti viene il raffreddore da fieno. Passa un trattore. Chiama un call center. Una parola che hai pronunciato correttamente quindici volte improvvisamente diventa impossibile.

“Diversi scenari.”

Facile.

Diversi scenari.

Diversi scenari.

Diversi…

No.

A quel punto nessun compressore può aiutarti. È rimasto soltanto il mammifero davanti al microfono.

La voce comincia a scivolare

Dopo un po' mi accorgo anche di un'altra cosa. Sto spingendo troppo. Non necessariamente di volume. Sto tenendo troppo la voce. Mi ascolto e mi sembra piccola, quindi la sostengo. La sostengo e comincio ad articolare in un modo strano. Più controllo aggiungo, meno naturale diventa. Allento. E lentamente torna.

Questo è uno degli aspetti che mi interessano di più nei lavori lunghi. Uno spot di venti secondi lo puoi aggredire. Un trailer puoi costruirlo. Una battuta puoi scolpirla. Ma tremila parole ti scoprono. Non puoi stare mezz'ora in posa. Prima o poi la voce deve diventare un posto nel quale riesci ad abitare. Altrimenti ti stanchi. E soprattutto stanchi chi ascolta.

La continuità vale più della frase perfetta

Quando registri un corso, ogni singola frase potrebbe essere migliore. Sempre.

Potrei prendere:

«La procedura descrive i requisiti di Edwards per condurre la due diligence…»

e lavorarci per dieci minuti. Cambiare appoggio. Ritmo. Respirazione. Intenzione. Potrei ottenere una versione magnifica. Talmente magnifica che sembrerebbe provenire da un altro corso.

Questo è il punto. Su un lavoro lungo, la qualità non è la somma delle frasi più belle che riesci a fare. È la capacità di farle appartenere tutte alla stessa persona. Stessa energia. Stessa distanza. Stesso rapporto con chi ascolta. Abbastanza variazione da non diventare un metronomo. Abbastanza continuità da non sembrare registrato da sette speaker diversi nel corso di una settimana particolarmente difficile.

E poi ci sono i testi

Naturalmente il testo aiuta. Oppure no.

Frasi lunghe. Incisi. Ripetizioni. Costruzioni evidentemente nate in un'altra lingua e portate in italiano con tutto il mobilio ancora dentro.

«Dimostrerai la tua abilità nel coinvolgere soggetti terzi utilizzando la procedura di gestione dei soggetti terzi…»

Certe frasi non si leggono. Si negoziano.

Cerchi dove respirare. Capisci cosa regge sintatticamente. Provi a non sottolineare il fatto che nessun essere umano parlerebbe spontaneamente in quel modo. E soprattutto eviti di correggerle mentre le leggi. Perché il testo non è tuo. Al massimo puoi aiutarlo ad attraversare la strada.

“Diversi scenari”

A un certo punto incontro:

«Esplorando due diversi scenari.»

E il cervello si rompe.

Diversi scenari.

Diversi scenari.

Diversi ssscenari.

È una cosa che mi piace molto del nostro lavoro. Puoi pronunciare senza problemi Foreign Corrupt Practices Act e poi essere sconfitto da due normalissime parole italiane. Non c'è gerarchia. La lingua decide quando umiliarti. Tu accetti. Bevi. Riparti.

Alla fine non hai fatto una voce

Dopo quaranta minuti di registrazione grezza avevo parlato di procedure, soggetti terzi, Kazakistan, segnali di pericolo, corruzione, compliance e personaggi che prendevano decisioni più o meno intelligenti.

Avevo cambiato qualche livello. Insultato un call center. Rifatto alcune frasi. Lasciato stare altre. Combattuto con “Edwards”. Perso contro “diversi scenari”. Fuori faceva ancora caldo. Il microfono era sempre lì.

Ed è probabilmente questo che mi interessa dei lavori lunghi. All'inizio scegli la voce. Dopo un po' devi riuscire a dimenticarla. Perché chi segue un corso non deve ascoltare uno speaker che per trenta minuti dimostra quanto sa usare il diaframma. Deve capire cosa gli stanno dicendo. Possibilmente senza addormentarsi.

La tecnica serve. Il microfono serve. Il trattamento serve. L'editing servirà parecchio. Ma arrivati a un certo punto tutto quel lavoro ha un solo obiettivo:

togliersi di mezzo.

Forse è questa la differenza fra registrare una bella frase e accompagnare qualcuno per mezz'ora. La bella frase può permettersi di farsi notare. La voce lunga no. Deve restare lì abbastanza bene da diventare quasi invisibile. E magari, ogni tanto, sbagliare appena. Quanto basta per ricordarci che dietro la procedura di gestione dei soggetti terzi c'è ancora qualcuno che respira.

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