La tecnologia e i canoni di bellezza nel voiceover
La tecnica audio oggi è uno scoglio superabile per chiunque. I problemi si risolvono, i software ti salvano e le macchine livellano le competenze. Quello che resta irrisolto, però, è la percezione artistica: chi decide cosa funziona davvero quando la tua voce finisce nelle orecchie di un cliente straniero?
Dal punto di vista tecnico sono andato avanti tantissimo. Non sono un tecnico da favola, ma reggo tutto il lavoro dello studio. Ieri e l'altro ieri, in due giorni infernali, ho fatto da tecnico a due sessioni con Eleonora e Valentina. Loro lavoravano, io gestivo la regia e i collegamenti. È andato tutto liscio.
Ma proprio questo mi ha fatto accorgere di un dettaglio evidente: la tecnica è importante, ma sta diventando uno scoglio sempre più facile da superare.
Più passa il tempo, più la tecnologia si democratizza. Se hai un audio e non sai come gestirlo, trovi comunque una via d'uscita. I servizi automatici te lo puliscono — il risultato è discutibile, certo — ma per una bella fetta di pubblico funziona perfettamente. Le intelligenze artificiali raccolgono quello che c'è in rete, compreso quello che scrivo io, e te lo spiegano adattandosi al tuo livello.
Io stesso sono il primo a usarle. In questo momento sto facendo analizzare a Codex un problema che nemmeno l'assistenza di Sonarworks riesce a risolvermi: il Core Audio del Mac si riavvia su questo computer, mentre su una macchina identica non succede. La macchina me lo sta risolvendo. Prima o poi, le questioni tecniche si sistemano sempre.
Quello che continua a non risolversi è la questione artistica. O meglio, la percezione dall'altra parte.
Che cosa arriva a chi ci ascolta?
Con l'audio devo trasferire un'emozione, un'informazione, un flusso che provochi una reazione.
Noi siamo abituati ai grandi maestri che ci spiegano cosa è emozionante e cosa fa schifo. Ma chi cazzo l'ha deciso? Alla fine il pulsante della bomba atomica ce l'ha in mano l'utente finale. È lui che preme e decide cosa funziona.
In un gruppo di colleghi con cui scambio opinioni tecniche e artistiche, un amico ci ha mandato un file audio. Aveva partecipato a un casting e non l'avevano preso. È riuscito a ottenere dal fonico la voce di chi ha vinto, per capire cosa fosse piaciuto tanto al cliente.
Il cliente era straniero, e questo conta moltissimo.
L'audio scelto era registrato da Dio. Tecnico, pulito, perfetto. Ma artisticamente, per chi come noi ha una formazione, arriva dal doppiaggio o dalla radio e sa come cazzo si parla... faceva cagare. Lo dico senza ombra di dubbio. Era la voce del simpatico cassiere del supermercato. Accento locale, dizione inesistente, mangiava le parole. Per i nostri canoni: zero professionalità.
Eppure ha vinto lui.
Il suono vince sulla lingua
Il cliente straniero non ha percepito niente di tutto ciò. Ha sentito qualcos'altro nella voce.
È la stessa cosa che succedeva venticinque anni fa, quando ci siamo affacciati al mercato internazionale. Noi eravamo le voci di Serie Z. I vocioni importanti facevano radio, cinema e tv. Sul mercato estero, però, arrivava chiunque fosse in grado, tecnicamente, di far funzionare il proprio audio. Ho fatto test inviando registrazioni perfette ma lette apposta da cani. Chi valutava, non capendo l'italiano, sentiva la qualità tecnica e il timbro. Se il file suonava bene, il lavoro era tuo.
La regola è cinica: se piace al cliente, glielo diamo. Lui paga, il gioco è chiuso.
Nel casting perso dal mio collega è successo lo stesso. La portante della voce veicola qualcosa che arriva a prescindere da come la frase viene detta. Registri bene, hai un bel suono? Fine della partita.
Standard sgretolati
I canoni cambiano e non chiedono il permesso. Voci tecnicamente perfette ma artisticamente deboli sono finite pure in televisione. Le senti accanto a grandi professionisti e ti chiedi: "Ma chi cazzo è questo?". Lo straniero non ha colto la differenza, e il filtro delle tv, che un tempo sbarrava la strada a chi non rispettava un certo standard, oggi si è sgretolato. Se il cliente vuole quel file, va in onda. Punto.
Noi del settore sentiamo queste differenze. Se chiedo a mia madre, mi risponde: "Boh". È una pippa mentale nostra.
Persino il parlato perfetto del passato, l'affettato dei doppiatori anni Cinquanta, oggi suona vecchio. I nuovi canoni sostituiscono i vecchi, che ci piaccia o no.
Nessuno ti corregge
Ora sto per fare il test tecnico finale per un lavoro internazionale. Vogliono Source-Connect, qualità, stabilità. Parlo con una persona che mi chiede conferme su dettagli tecnici che avevo già spiegato via mail. Non mi sta ignorando, semplicemente è abituata a lavorare con gente impreparata tecnicamente ma capace di fornire il suono che i suoi clienti vogliono.
Io mi preparo tecnicamente e presumo di reggere il colpo artisticamente, coi miei limiti. Se a uno non piaci, non ci puoi fare un cazzo. Paolo Poli era un genio, ma a qualcuno faceva cagare.
In questo caso, al cliente sono piaciuto. Ma mi interfaccio con uno straniero che non sa nulla dell'Italia e non percepisce le sfumature della lingua. In questo schema, sono io stesso regista, fonico e attore. Se sbaglio l'interpretazione, il mio errore mi segue fino in fondo. Non c'è un collega o un regista italiano lì di fianco a dirmi: "Guarda, fallo così".
La tecnologia ti fa consegnare un suono impeccabile ovunque nel mondo. Ma se poi quello che fai è artisticamente giusto, te lo devi sbrigare da solo.
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Nel video il ragionamento nasce dopo due giornate di lavoro in studio e prima di un test tecnico con un cliente internazionale.

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