Il parlatore muto: quando la macchina chiede il ritmo e scarta il timbro
Mi hanno offerto un nuovo tipo di doppiaggio. Vogliono il mio ritmo, la mia intenzione e le mie pause. Ma non vogliono la mia voce. Il racconto di come l'intelligenza artificiale sta smontando il nostro mestiere a pezzi, e di come ci costringe a fare i conti con la nostra vanità.
Avevo già raccontato l'assurdità tecnica del revoicing in Il doppiatore senza voce e l'illusione del revoicing: una proposta di lavoro tecnologicamente ineccepibile quanto brutale arrivata tramite una vecchia conoscenza. E così mi scrive Robert. Lo studio per cui lavora ha automatizzato la localizzazione delle serie TV. L'intelligenza artificiale sbobina, traduce e prepara i sottotitoli. A quel punto entro in gioco io. Non mi chiedono di doppiare nel senso classico del termine. Mi danno una battuta e mi chiedono di replicare in italiano l'intenzione, il ritmo e l'emozione, rispettando una tolleranza temporale rigidissima dettata dalla macchina. Potrebbe persino non servire un microfono professionale, basta che le parole si capiscano.
La vera novità è l'uso che il sistema farà di questa traccia. La macchina prenderà il mio audio e lo userà per modificare i movimenti labiali dell'attore originale sullo schermo. Poi farà un'altra cosa: butterà via il mio timbro vocale. Lo scarterà del tutto per sostituirlo con la voce sintetizzata, dell’attore protagonista straniero che compare in video. A loro non frega un cazzo della mia bella voce. Vogliono l'impalcatura, il ritmo, l'anima della battuta. Io divento lo scheletro invisibile su cui stendono una pelle sintetica. Un "parlatore muto".
Questa proposta mi ha letteralmente svuotato. Per decenni ho sguazzato nel "brodo della vanità". Ho coltivato la mia voce per ricevere complimenti, mi sono beato di chi ascoltava i miei vocali su WhatsApp solo per sentirne il suono. Tutto il mio ego di doppiatore era legato a quel feticcio acustico. Vendere la propria recitazione ma farsi amputare il suono significa azzerare il riconoscimento primario di questo lavoro. I tecnici pensano di poter smontare un essere umano a pezzi, prendere il sangue da una parte e gli organi dall'altra, per poi ricucire tutto con i cavi della batteria.
Non sono un passatista retrogrado, amo la tecnologia. Ma il dilemma è puramente pragmatico: se rifiuto, perdo un cliente importante. Se accetto, divento un fornitore anonimo di dati ritmici. L'altra notte non riuscivo a prendere sonno. Mi sono alzato rincoglionito, ho aperto il portatile e ho buttato giù una poesia per dare forma a quello che mi girava in testa. La mattina dopo ho usato un'altra intelligenza artificiale, Suno, e l'ho trasformata in una canzone gitana. È il racconto esatto di come mi sento. Buon ascolto.
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Guarda il video in cui rifletto sulla proposta e faccio ascoltare la canzone generata per l'occasione: le fantastiche avventure del doppiatore muto

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